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Fiorentina – Napoli: ci pensa Genny a carogna

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Alla fne ha vinto il Napoli. Il delirio di migliaia di coglioni è stato ripagato dolcemente per alcuni e meno dolcemente per altri.

I fiorentini se ne tornano a casa con una sonora sconfitta. Ma stasera non ha vinto nessuno.

Nemmeno quelli che in campo hanno dovuto comunque metterci l’impeno di giocarsi i 90 minuti di finale di Coppa Italia. Nemmeno il piccolo Lorenzo Insigne, che con due dei tre goal, ha steso la Fiorentina.

Quello che è successo prima della partita è una cornice cosi vergognosa che non andrebbe nemmeno raccontata, ma purtroppo, l’hanno vista in tutto il mondo e forse il resto del mondo non è nemmeno tanto sorpreso quanto noi… dall’Italia ci si aspetta di tutto ormai.

In Italia ci è rimasto solo lo sport, solo il calcio. Allora si fa tutto per il calcio. Si lotta, si ama e ci si ammazza anche.

Un tifoso è in fin di vita. Incolpevole o anch’egli facente parte dell’orda di coglioni che inveiva contro le forze dell’ordine?

La ricetta per trasformare un evento sportivo in una guerriglia cittadina ancora è tutta da scoprire, fatto sta che in Italia troppo spesso, si cade in questo tipo di scenario da terzo mondo.

Per fortuna che Genny “a carogna” però, ha dato il nulla osta per giocare la partita.

Genny a carogna è il capo ultras dei tifosi napoletani. Genny a carogna vuole libero l’assassino dell’ispettore Raciti. Addosso ha “una maglietta nera con una scritta gialla” (il contrario della più romantica maglietta di De André in Bocca di Rosa), che inneggia a “SPEZIALE LIBERO” (Speziale è il bastardo che ha ucciso l’ispettore Raciti).

Genni a carogna, quello che ha deciso che si potesse giocare la finale. Che persona meravigliosa. Che animo responsabile. Perfino Hamsik è andato a supplicarlo di tenere buoni gli altri decelebrati sugli spalti.

Allora lui ci ha pensato un po’… poi ha sentenziato: “m’o begg io (ci penso io n.d.r.) questa partita s’adda fare!”.

L’indignazione e la falsa preoccupazione per il ferito, dura fino al fischio d’inizio. Si aprono le gabbie. Entrano i leoni. Chi s’è visto s’è visto. Chi c’è c’è e chi non c’è (ma ci sarebbe dovuto essere) si guarda la partita dall’ospedale o in differita al risveglio dall’anestesia, pregando che risveglio sarà.

Così mentre il cinematografico De Laurentiis alza la sua coppa Italia (chissà se sa dei feriti e se gliene importa) ormai ribattezzata “Tim Cup, per i soldi che versa come sponsor, un poveraccio è sotto i ferri, a giocarsi la sua partita con la vita, in una delle sale operatorie del policlinico Gemelli di Roma. Il suo nome è Ciro Esposito, e con un nome così non puoi non essere napoletano. Le sue condizioni restano gravi, gravissime. Ferito al petto con il proiettile che ha raggunto la colonna vertebrale.

Da dove è partito quel proiettile? Da un polizziotto? Da uno di quei polizziotti capaci di ammazzare un Aldrovandi qualunque? È partito dalla pistola di un tifoso? Ma un tifoso che va allo stadio con la pistola, che mamma ha avuto? Quanti padri ha?

Intanto sui social è chiaro l’orario di inzio della partita. I post di indignazione e schifo si trasformano repentinamente in commenti sportivi.
Poi arriva il goal… l’esultanza cancella tutto. Facebook si riempie di vocali “GOOOOOOOAAAAAAAAAAAL”.
Ne arriva un altro. È un deliorio on line. E figurati. 2 a 0. Pratica archiviata. Poi segna la Fiorentina che riapre il match e si aprono le danze anche alle speranze facebookiane dei fiorentini. Ma alla fine ancora Insigne regala la quinta coppa Italia al Napoli e allora sul social si legge anche un “San Gennaro pezzo di merda” che per quanto ateo io possa essere, un certo effetto, questa imprecazione, lo fa anche a me.

È finita 3 a 1 per il Napoli. Tutti a casa sbandieranti e di Ciro Esposito… Ciro chi?

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