La santissima Trinità Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Da sostenitore dei diritti delle donne mi sono sempre chiesto come mai la Santissima fosse una Trinità e non una quadruplità. Forse per evitare la cacofonia che lo sgrammaticato termine produce ma ho sempre pensato che in essa mancava, manca, e purtroppo mancherà in eterno, la figura determinante da cui liturgicamente e biologicamente ha inizio la vita: la madre. C’è il padre, e non possiamo farne a meno, il creatore, l’alfa e l’omega, il divino, l’eterno. C’è lo Spirito Santo, il celeste responsabile della venuta di Cristo sulla terra, così ci hanno sempre detto. C’è il figlio, il Cristo, il salvatore, il purificatore delle nostre anime, l’ancestrale frutto di un padre ma ancor di più di una madre che tuttavia, non viene considerata nell’emblema della chiesa Cristiana. Non c’è nemmeno quello che almeno anagraficamente dovrebbe essere il vero padre ma questo è un piccolo dettaglio che la chiesa tende a non menzionare avendolo pagato con la beatificazione. La rivalsa femminile, comunque, non poteva non essere ancestrale vista la poca considerazione che la stessa chiesa ha da sempre avuto nei confronti della donna. Rivalsa che purtroppo si perpetua da sempre a vantaggio della donna stessa, a discapito dell’uomo. La chiesa, e la sua istituzione, sembra rendersene conto e assecondare incondizionatamente qualsiasi capriccio che ella manifesta ed ella, a sua volta, si magnifica di questa condizione. Il maschilismo della chiesa è conclamato ormai. È l’unica costante che da sempre la caratterizza. Quando ho ricevuto il sacramento del matrimonio, in chiesa perché mia moglie ci teneva e ci tiene ancora alla sua fede, la lettura che ho dovuto sopportare recitava così: “la donna deve essere sottomessa all’uomo che a sua volta deve amarla e rispettarla”. Ovviamente non mi azzardo nemmeno lontanamente a ricordare a mia moglie quel passaggio del giorno più bello della nostra vita, anche perché, se lo facessi, non potrei fare altrimenti che sottomettermi a mia volta sperando che accetti sinceramente le mie scuse, dopo aver passato un po’ di pomata lenitiva sulle mie gote. Della sottomissione citata ne parlai con il sacerdote che ci unì in matrimonio e mi disse che le letture recitate in chiesa vanno interpretate. Ancora oggi non riesco ad interpretare il temine “sottomessa” come la chiesa vorrebbe. Purtroppo nel nome di Dio si uniscono anime che non sempre risultano essere compatibili tra loro e spesso, proprio per il bene dei frutti che vengono da queste unioni, si giunge all’unica soluzione civile per cercare di dare un senso al futuro dei propri figli. Come accade spesso però, la soluzione che dovrebbe riportare serenità nell’animo dei coniugi, altro non è che la trasformazione in una guerra più cruenta che rischia di lasciare vittime tutt’intorno, dai protagonisti agli spettatori. C’è sempre chi rifiuta il “mea culpa” rifugiandosi nel più semplice percorso del “tua culpa, tua maxima culpa” dimenticando appunto che tutte le guerre, mietono sempre un numero eccessivo di innocenti vittime. Il fine di annientare l’altro, ci porta fuori anche dai nostri indiscussi buoni propositi di madre e padre, cercando di limitare al massimo, spesso di impedire, il contatto col proprio figlio. Anche in passi importanti della crescita mentale e spirituale del bimbo, non curandosi del fatto che l’assenza di uno dei genitori in momenti importanti della vita di un bambino, sono per questo, un vuoto che nessuno potrà mai colmare. E così si tirano in ballo commi e sentenze anche in momenti di sublimazione dell’anima del bambino stesso. Perpetrando uno stillicidio di comunicazioni ufficiali tra i rispettivi legali, senza limiti di spesa dimenticandosi perfino le lezioni cristiane dell’altruismo. Noi comuni mortali poi, quelli che “un nome una garanzia” non è roba nostra insomma, non godiamo dei privilegi che la chiesa concede ai suoi discepoli. Non si capisce perché, infatti, a Silvio Berlusconi, sposato 2 volte e altrettante divorziato, l’ipocrita chiesa continua a non negare l’ostia consacrata che, a mio avviso, se fosse davvero “il corpo di Cristo”, produrrebbe una reazione chimica con la bocca del premier causandone il rigetto istantaneo vista la congiunzione coatta del sacro con l’incarnazione del profano. Il vizietto delle donne, Silvio ce lo ha sempre avuto, tant’è che quando ancora le sue fedine, quella religiosa e quella penale, erano immacolate, conobbe Veronica Lario con cui instaurò presto una relazione extraconiugale, facendo trasferire l’amante e la mamma di lei a villa Borletti, presso la sede operativa della Fininvest. Dopo il divorzio dalla prima moglie, sposò la Lario con rito civile (il Berlusconi di allora non era il Berlusconi di oggi). Oggi, divenuto più volte premier, forse in seguito alla sua dichiarazione in cui asseriva di essere un “unto dal Signore”, la chiesa non gli nega nemmeno la comunione. Ma la chiesa, si sa, va un po’ dove tira la corrente… e il denaro soprattutto, e io, oltre al nome, non ho nemmeno i soldi di Berlusconi per cui la mia corrente non potrà mai trascinare la chiesa nel mare tempestoso in cui si trova adesso. L’ipocrisia del clero raggiunge livelli davvero inaccettabili dunque, e non si capisce l’inerzia dei fedeli, quelli veri, messi alla stregua di un donnaiolo più volte divorziato. Condividere con questi il corpo consacrato di Cristo senza aprire bocca se non per condividerne l’ostia. L’ultimo sacramento che ho assunto, se il verbo è quello corretto, è stato proprio il matrimonio, che ancora sta saldamente in piedi grazie all’amore reciproco e a valori che sono miei e non frutto di un insegnamento religioso, per cui la dona dovrebbe essere sottomessa all’uomo. L’ultimo sacramento che ho assunto, per fortuna resterà l’ultimo. Questo è l’ultimo insegnamento che mi ha dato mio padre. Dio ci liberi dalla religione!